sabato 22 aprile 2017

Il Lambrusco riassunto in 7 punti


Foto presa dal web

1. La famiglia dei Lambruschi, vitigni a bacca rossa derivati dalla domesticazione della vite selvatica (avvenuta in epoca antica), deriva probabilmente il nome dai termini latini "labrum" (ossia, margine dei campi) e "ruscus" (ossia, pianta spontanea).

2. Il nome di questa famiglia di vitigni può trarre in inganno, facendo presumere relazioni di parentela, che in realtà non esistono, tra i Lambruschi (appartenenti alla specie euroasiatica "Vitis Vinifera") e la specie "Vitis Labrusca" (appartenente al gruppo delle viti americane).

3. La coltivazione di questi vitigni è diffusa in Emilia Romagna e Lombardia, soprattutto nella pianura padana. Si registra, inoltre, una certa presenza anche in altre regioni italiane, tra cui la Puglia.

4. Esistono più varietà di vite Lambrusco, che derivano il nome dall'origine geografica (come per il Lambrusco di Sorbara), da quello del selezionatore (come per il Lambrusco Maestri ed il Lambrusco Marani) o da caratteristiche morfologiche (come per il Lambrusco di Grasparossa, così chiamato per il suo graspo rosso, ed il Lambrusco Salamino, la cui forma del grappolo ricorda un piccolo salame).

5. Queste differenti varietà sono contemplate in più denominazioni, tra cui Lambrusco Mantovano, Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Grasprossa di Castelvetro, Lambrusco Salamino di Santa Croce e Lambrusco Reggiano.

6. Da queste varietà di Lambrusco si ottengono vini rossi e rosati frizzanti e spumanti, attualmente rifermentati perlopiù in autoclave ma che in passato (fino agli anni '60) erano ottenuti con rifermentazione in bottiglia senza successiva eliminazione dei lieviti (risultando così in prodotti facili al deterioramento e, per questo, destinati ad un consumo locale). Tali vini esprimono al naso intensi ed ammiccanti sentori vinosi, fruttati e floreali; al gusto si fanno notare per freschezza e vivacità, mostrando un corpo in genere leggero e tannini appena accennati.

7. A tavola i vini da uve Lambrusco trovano facile abbinamento con i piatti tipici della cucina emiliana, come lo zampone e il cotechino, nonché con salumi e antipasti, oltre che con primi piatti come cappelletti in brodo, tortelli di erbetta o di zucca e lasagne.


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martedì 11 aprile 2017

La Toscana riassunta in 7 punti


Immagine presa dal web

1. Quando si immagina la Toscana, il pensiero va alle dolci e verdi colline ricoperte da filari ben ordinati di viti dove, immerse tra ulivi e cipressi, raffinate e antiche ville ospitano spesso aziende agricole la cui storia si intreccia con quella del luogo, dando così sapore al fascino paesaggistico di questa regione del Centro Italia. Riparta dagli Appennini dai freddi venti settentrionali, la Toscana presenta un clima mediamente temperato con differenze, però, da zona a zona in funzione della distanza dal mare, dall'altitudine e dalla disposizione dei rilievi.

2. Il nome di questa regione deriva da "Etruria", termine utilizzato dai latini per indicare la terra abitata dagli Etruschi, poi trasformato in "Tuscia" ed, infine, in "Toscana". All'epoca etrusca risalgono, infatti, le origini della viticoltura toscana; tuttavia, fu nel Medioevo che i vini di questa regione ebbero maggior fama, soprattutto grazie al potere politico e commerciale ricoperto dalle città di Firenze e Siena. Successivamente, l'importanza assunta dall'enologia toscana è testimoniata dall'istituzione, voluta da Cosimo III  de' Medici nel 1716, delle prime "denominazioni di origine", in cui si stabilirono le aree e le regole per la produzione dei vini Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno di Sopra.

3. In questa regione si coltivano perlopiù uve a bacca rossa e tra queste la più diffusa è il Sangiovese, da cui si ottengono vini rossi famosi nel mondo. Il territorio del comune di Montalcino, in provincia di Siena, era noto per la produzione di un vino bianco dolce ottenuto da uve Moscato Bianco fino alla seconda metà del '800; ossia, fino a quando Clemente Santi iniziò a studiare le potenzialità del Sangiovese Grosso in questo territorio: successivamente, Ferruccio Biondi-Santi (figlio di Jacopo Biondi e Caterina Santi) iniziò a produrre un vino rosso di eccellente qualità... prese vita così il Brunello di Montalcino, un vino rosso di grande struttura e longevità che, tuttavia, presenta caratteristiche alquanto diverse a seconda della zona di produzione: la parte di Montalcino che volge a sud-ovest, verso la Maremma, mostra un clima più mite e più secco, oltre a terreni più sciolti, con il risultato che in questa zona le uve maturano prima ed il vino risulta più morbido e più pronto; la parte rivolta a nord-est, caratterizzata principalmente da terreni galestro-argillosi alternati a masse di alberese, dà invece vini ruvidi, più austeri ma anche più longevi; infine, il versante sud-est, caratterizzato principalmente da rocce e galestro con presenza di tufo di origine vulcanica,  dà vini di notevole profondità e di grande eleganza.

4. Sempre in provincia di Siena, nel territorio del comune di Montepulciano, il Sangiovese Grosso è alla base di un altro grande vino rosso, il Vino Nobile di Montepulciano, alla cui composizione possono partecipare in piccola percentuale anche altre uve rosse (tra cui il Canaiolo Nero) ed il cui nome si deve ad Adamo Fanetti: questo produttore di Montepulciano, che con la sua cantina si prodigò molto nella promozione dei vini della zona negli anni successivi alle due guerre mondiali, usava chiamare il suo ottimo vino con l'appellativo "Nobile". In questa provincia si produce, inoltre, il più importante vino bianco toscano, la Vernaccia di San Gimignano, da uve coltivate sulle colline dell'omonima città delle torri.

5. La denominazione Chianti comprende una vasta zona, che si estende sul territorio di più provincie e nella quale è possibile individuare sette sottozone: Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Montalbano, Montespertoli e Rufina; mentre, la denominazione Chianti Classico si riferisce solo al territorio più antico, compreso tra le provincie di Firenze e Siena. Attualmente, questo vino è ottenuto da uve Sangiovese in purezza o assemblate con una piccola percentuale di uve a bacca rossa sia locali (come Canaiolo Nero) sia internazionali (come Merlot e Cabernet Sauvignon) e/o di uve a bacca bianca (come Malvasia Bianca e Trebbiano Toscano); l'aggiunta di ulteriori uve risale al 1840 ad opera del barone Bettino Ricasoli, in quanto questo vino, all'epoca ottenuto da sole uve Sangiovese, risultava troppo duro da bere; inoltre, il barone introdusse la pratica del "governo alla Toscana" per arricchirne il colore ed esaltarne i profumi, aumentandone nel contempo gradazione alcolica e struttura: tale pratica enologica è basata su una lenta rifermentazione del vino innescata dalla successiva aggiunta di uve appassite.

6. In provincia di Grosseto troviamo altri due importanti vini rossi a base di uve Sangiovese: il Morellino di Scansano, ottenuto da un biotipo di Sangiovese Piccolo il cui nome deriva dalla razza di cavalli un tempo impiegati per trainare le carrozze, ed il Montecucco Sangiovese. Sempre nella stessa provincia troviamo la produzione del Bianco di Pitigliano che, ottenuto soprattutto da uve Trebbiano Toscano coltivate su terreni tufacei, riposa in suggestive cantine scavate nel tufo.

7. Nel vigneto toscano sono piuttosto diffusi i vitigni internazionali (soprattutto a bacca rossa, come Merlot e Cabernet Sauvignon) che, importati nel '700 dalla Francia, entrano attualmente a far parte di più denominazioni (tra cui Chianti, Carmignano e Pomino) in assemblaggio con altre uve locali (Sangiovese in primis); in particolare, la loro presenza è massiccia in provincia di Livorno, lungo la costa tirrenica, dove li troviamo assemblati al Sangiovese nel Rosso di Val di Cornia ed in purezza nelle denominazioni Suvereto e Bolgheri. Interessanti risultati si stanno ottenendo, invece, da uve Syrah nel territorio di Cortona in provincia di Arezzo.



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venerdì 31 marzo 2017

Il report dell'evento "Wine Fitness: Il Primitivo in Puglia"


La sera del giovedì 30 marzo, presso il ristorante pizzeria "La Frasca" a Pozzuoli, si è svolto un altro incontro targato Wine Fitness... un programma di eventi che, organizzati dall'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani", sono volti all'approfondimento di zone vitivinicole attraverso l'assaggio guidato di più bottiglie delle principali aziende del territorio.



Il focus è stato fatto questa volta sui vini prodotti in Puglia a partire da uve Primitivo; quest'ultimo è un vitigno a bacca rossa di origini incerte, il cui nome deriva dalla precocità di maturazione dell’uva, che avviene mediamente tra la fine di agosto e i primi di settembre.
Presente in Puglia da tempo immemore (alcuni ritengono che la sua introduzione risalga al periodo della colonizzazione fenicia), questo vitigno è alla base delle DOC Primitivo di Manduria e Gioia del Colle; si osservano, però, alcune differenze fenotipiche tra i biotipi coltivati nei territori di queste due denominazioni, il che in parte spiega le differenze riscontrabili tra i vini prodotti nelle due zone. In genere a Gioia del Colle troviamo vini più slanciati rispetto a quelli di Manduria, grazie anche alle elevate altitudini, che in alcuni casi arrivano a toccare i 500-600 metri e che garantiscono ampie escursioni termiche (conferendo così all'uve, e quindi anche ai vini, elevata acidità e ricchezza di sostanza aromatiche); mentre a Manduria troviamo, in genere, vini dai colori molto scuri e dagli intensi sentori di frutti di bosco, morbidi e ricchi di alcol.

Primo vino in assaggio è stato il Primitivo Puglia IGP 2015 "Moi" di Varvaglione. Fondata nel 1921, quest'azienda, condotta oggi da Cosimo e Maria Teresa Varvaglione, ha sede a Leporano (in provincia di Taranto) e conta ben 155 ettari vitati, da cui ottiene circa un milione e mezzo di bottiglie l'anno.
Ottenuto da viti coltivate a ridosso del Mar Ionio, questo vino è risultato piuttosto ridotto al naso in prima battuta, aprendosi poi man mano con sentori di amarena e fiori rossi; maggiori consensi ha ricevuto in fase gustativa, concedendo una beva piacevole ed equilibrata.  

Il secondo vino degustato è stato il Salento Primitivo IGP 2011 di L'Archetipo. Quest'azienda, passata nel corso degli anni dalla pratica dell'agricoltura biologica a quella della biodinamica, adotta oggi in vigna, seguendo il pensiero di Masanobu Fukuoka, i principi dell'agricoltura sinergica... ossia, di un'agricoltura del tutto sostenibile, in cui le sinergie tra tutti gli anelli dell'ecosistema sono innescate: al bando la chimica e l'aratura! La filosofia è quella di tornare agli archetipi, ossia alla naturale forma di un qualcosa. I 20 ettari vitati di proprietà dell'azienda sono adagiati ad oltre 300 metri sul livello del mare, ai piedi della murgia barese, su terreni originatesi dall'accumulo di terra rossa residuante dai processi di carsificazione e di erosione dei dossi calcarei (conosciuti con il nome di murgia).
Ottenuto da viti con un'età media di circa 15 anni, coltivate a controspalliera libera, questo vino mi ha colpito al naso per i suoi tratti mediterranei, risultando avvolgente con i suoi sentori di more, cespuglio, arbusti, erbe essiccate e ciliegia selvatica; non mi ha deluso poi al gusto, denotando snellezza ed agile beva. Le uve da cui si ottiene vengono raccolte nella prima settimana di settembre; la vinificazione avviene con l'utilizzo di lieviti autoctoni ed il vino viene lasciato poi maturare in grandi botti di legno di rovere per 12 mesi. Non si effettua alcuna chiarifica o filtrazione. Produzione media annua: 37'000 bottiglie.

Siamo passati poi all'assaggio del Salento Primitivo IGP 2012 "Taras" delle Tenute Al Bano Carrisi. L'azienda è di proprietà del noto cantante, che non dimentica le sue origini, mantenendo vivi dentro di sé l'amore ed il rispetto per la terra... valori trasmessi dalla sua famiglia contadina, che da generazione abita e lavora quelle assolate campagne pugliesi abbracciate dalla macchia mediterranea, dove si produce vino sin dal '700.
Prodotto in circa 35'000 bottiglie l'anno questo vino, ottenuto da viti coltivate ad alberello e maturato in barrique di rovere francese per quasi un anno, deriva il nome dall'eroe mitologico ritratto sull'antica moneta argentea di Taranto... raffigurato a cavallo di un delfino e con un tridente alla mano sinistra,  secondo la leggenda Taras, figlio di Poseidone e della ninfa Satyra, fu tra i primi a colonizzare la Magna Grecia. Dopo un inizio entusiasmante al naso, dove ha esordito con sentori di prugna e ciliegia, note di tabacco dolce e terra umida, il vino ha poi virato man mano su toni meno eleganti di frutta dolce; di discreta struttura e freschezza al gusto. Il giudizio di questo vino è stato forse un po' penalizzato dall'assaggio del vino successivo.

E' stata, infatti, poi la volta del monumentale Gioia del Colle DOC 2008 "17" di Polvanera. Quest'azienda deriva il nome dal fatto che, adiacente alla cantina, si trova una masseria risalente al 1820, la cui struttura era utilizzata in passato per la produzione di carbone: da qui, il soprannome "Polvagnor" (che, in dialetto pugliese, sta per "Polverenera"), dato dai compaesani alla famiglia che la portava avanti e che ha poi ispirato Filippo Cassano, proprietario ed enologo dell'azienda. Con ben 100 ettari vitati ed una produzione annua di circa 280'000 bottiglie, l'azienda è certificata per la pratica di agricoltura biologica e dispone di una suggestiva cantina che, scavata per 8 metri nella roccia calcarea, consente ai vini di affinare ad una temperatura costante.
Frutto di viti con un'età media di circa 70 anni e coltivate ad alberello fino a 450 metri sul livello del mare, le uve da cui questo vino si ottiene sono raccolte nella prima/seconda settimana di settembre. La produzione media annua è di circa 16'000 bottiglie; il periodo di macerazione dura 4 settimane ed il vino matura per 24 mesi in solo acciaio. Si esprime con grande eleganza e complessità al naso: sentori di frutti di bosco, arbusti, grafite ed olive nere svettano su un sottofondo balsamico; di grande struttura e persistenza appare al gusto, saporito, ricco di sostanza, di estratti... quasi masticabile! Ma, nel contempo, è di una bevibilità estrema! Un vero capolavoro!

Infine, abbiamo degustato il Primitivo di Manduria DOC 2013 "ES" di Gianfranco Fino. Nata nel 2004, l'azienda di Gianfranco Fino è passata da poco più di un ettaro a oltre 15 ettari di vigneto, in cui tutte le viti sono coltivate ad alberello secondo i principi dell'agricoltura biologica. Anche se giovane, quest'azienda ha già ottenuto riconoscimenti importanti, acquisendo in pochi anni visibilità a livello internazionale.
Questo vino nasce da uve raccolte dopo un lieve appassimento (fine agosto); le viti da cui queste si ottengono hanno un'età media di circa 60 anni e sono coltivate a circa 100 metri sul livello del mare. Dopo una macerazione che va da due a tre settimane, il vino (prodotto in circa 15'000 bottiglie l'anno) matura poi per 9 mesi in barrique (per il 50% nuove e per il 50% di secondo passaggio). il vino appare ritroso al naso, piuttosto contratto; al gusto è piacevole, di grande struttura e persistenza... ha la stoffa del campione! Un infanticidio!


Grazie e alla prossima!






lunedì 27 marzo 2017

Il Primitivo riassunto in 7 punti


Foto presa dal web.


1. Vitigno a bacca rossa di origini incerte, il Primitivo deve il suo nome alla precocità di maturazione dell’uva, che avviene mediamente tra la fine di agosto e i primi di settembre.

2. Alcuni ritengono che la sua introduzione in Puglia risalga al periodo della colonizzazione fenicia (oltre duemila anni fa), altri sostengono che sia stato introdotto nella zona di Gioia del Colle da frati benedettini venuti dalla Borgogna nel XVII secolo.

3. Lunghi e complessi studi compiuti dall’Università di Davis (California) e dall’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano Veneto hanno dimostrato l’identità tra Primitivo e Zinfandel, vitigno coltivato in California fin dal XIX secolo, che in quanto appartenente alla “Vitis Vinifera” è certamente di origine europea.

4. Stretti legami di parentela sono stati, inoltre, individuati tra il Primitivo e due varietà coltivate sulle coste della Dalmazia, il Plavina e il Plavac Mali; inoltre, risulta che il profilo del Primitivo coincida con quello di un altro raro vitigno dalmata, il Crljenak Kastelianski.

5. Il Primitivo è tra i primi dieci vitigni più coltivati in Italia; è molto diffuso in Puglia dove lo troviamo nella zona di Gioia del Colle e di Manduria, nonché in Campania nei pressi del Massico.

6. I suoi acini presentano una buccia molto pruinosa, di medio spessore e di colore blu scuro; sono però state riscontrate alcune differenze fenotipiche tra il biotipo coltivato nei pressi di Gioia del Colle e quello coltivato nella zona di Manduria, il che in parte spiega le differenze riscontrabili tra i vini prodotti nelle due zone.

7. Da questo vitigno si ottiene in genere un vino di colore rosso rubino carico e con riflessi violacei, dai profumi intensi, fruttati (frutti di bosco, ciliegie sotto spirito) ed elegantemente speziati, che chiudono con sentori di tabacco dolce; al gusto denota una buona struttura, ricca di alcol e di estratto, con acidità contenuta, discreta tannicità e buona morbidezza, così come adeguata è la persistenza gusto-olfattiva.


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sabato 11 marzo 2017

Attribuire un punteggio al vino




Perché dare un punteggio al vino degustato?

Probabilmente perché è la forma di trasmissione più rapida della nostra valutazione complessiva.

Se un ragazzo a scuola prende un "8" in storia, immaginiamo che ha studiato bene la lezione, se invece ha un "5", supponiamo che dovrà studiare meglio.

Quello che noi facciamo attribuendo un punteggio al vino è, sostanzialmente, una trasposizione della nostra percezione logaritmica delle cose... un concetto radicato nella nostra mente che utilizziamo non tanto nel valutare le cose in assoluto ma nel confrontarle.
Consideriamo la valutazione in centesimi: se, ad esempio, ad un vino attribuisco 50 punti e ad un altro 59 punti cambia poco: entrambi i vini nell'immaginario collettivo saranno considerati come "mediocri"; se, invece, ad un vino attribuisco 84 punti e ad un altro 93 punti: ebbene, la differenza si fa sentire di più... eppure tra le due valutazioni c'è sempre la stessa differenza di 9 punti.
Se ad un vino attribuisco 98 punti e ad un altro 100 punti... la differenza sarà solo di due punti, il cui peso, però, acquista ai nostri occhi un valore enorme!

Nella descrizione di un vino, la tendenza attuale è, vivaddio!, lasciarsi trasportare dalla poesia, raccontare la storia e la filosofia produttiva che sta dietro un'etichetta, e a mettere da parte la valutazione a punteggio (anzi no! talvolta capita che mi guardo bene dal farla! Come se l'atto di attribuire un punteggio ad un vino andasse a sminuirne il valore e con esso il lavoro del produttore).
Eppure, penso che anche i più strenui avversari della "valutazione a punti", quando degustano un vino ne danno nella loro mente, inconsapevolmente, un punteggio... lo classificano, lo rapportano ad un altro vino, lo confrontano. Ne sono convinto perché ogni persona ha i propri gusti, le proprie preferenze... Ed è giusto che sia così! La degustazione è un atto umano!

Nell'approcciarsi ad un vino fanno la loro parte anche i nostri gusti personali, il nostro carico di esperienze e, non da ultimo, lo stato d'animo che in quel momento accompagna la bevuta.

Non si creda, però, che voglia invitare a non essere per niente oggettivi! Voglio solo dire di non bandire del tutto la componente emozionale (ossia, ciò che il vino ci trasmette) nella valutazione a punti.

Fatto questa premessa, passiamo ora a vedere la scheda di valutazione a punti che ho elaborato per l'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani" e per la quale mi sono servito della scheda a punti AIS come canovaccio, in quanto presso tale associazione mi sono diplomato sommelier.



Ma andiamo nei dettagli...

Per l'esame visivo l'unico parametro che ho considerato è la "vivacità", in quanto questa ci permette di valutare lo stato di salute del vino (nella scheda AIS la vivacità è valutata nella voce "colore"), mentre non ho ritenuto opportuno dare un punteggio alla consistenza e alla limpidezza, legate sostanzialmente alla tipologia del vino (nella scheda AIS questi due parametri sono valutati, con un coefficiente correttivo minore rispetto al parametro precedente, nella voce "aspetto").

Nell'esame olfattivo ho considerato, parimenti alla scheda AIS, l' "intensità" e la "complessità" del profumo del vino, sostituendo poi al parametro "qualità" (che in AIS ingloba intensità, complessità, eleganza, tipicità e franchezza) quello di "finezza", intendendo con quest'ultimo dare una stima soprattutto dell'eleganza.

Nell'esame gusto-olfattivo ho considerato di minor peso i parametri "struttura" e "scorrevolezza" (ossia, facilità di beva), mentre di maggior peso "persistenza" e "finezza", rimanendo per tali voci un significato analogo a quanto esposto nei precetti AIS. Non ho considerato, invece, da valutare i parametri "intensità" ed "equilibrio"... in particolare, quest'ultimo andava, secondo me, ad influire negativamente sulla valutazione di vini stappati un po' troppo presto o un po' troppo tardi, nonché di alcuni vini che fanno del loro "disequilibrio" la caratteristica peculiare (si pensi ad un Asprinio di Aversa!).

Nelle valutazioni conclusive ho poi voluto far giocare un ruolo a parte alla "tipicità", con la quale si fa riferimento soprattutto alla corrispondenza del vino degustato con i vitigni da cui è ottenuto, il territorio di provenienza, le tecniche colturali e produttive utilizzate; tale parametro non era assente nella scheda AIS ma, sostanzialmente, inglobato nella voce "qualità" dell'esame olfattivo e gusto-olfattivo. Ritengo tale parametro il più difficile da valutare, o meglio il più difficile da ben valutare... perché la sua valutazione risente molto dell'esperienza del degustatore. Tutti possono e sono liberi di valutarlo, così come tutti possono giocare a scacchi, perche è facile! E' saper giocare bene che è difficile!

Infine, all' "armonia" ho preferito il parametro "impressioni generali", riferito all'impressione complessiva riguardo al vino degustato, con particolare riguardo alla sua piacevolezza. Nel valutare il vino secondo quest'ultimo parametro le domande da porsi sono: Mi è piaciuto questo vino? Lo ricomprerei? Lo consiglierei ad un amico?

Quindi, ho voluto inserire un po' di soggettività nella valutazione a punti? Sì! Perché capita spesso di fidarmi più del consiglio di un amico che di un "anonimo" punteggio dato da una guida. Questo perché conoscere una persona significa anche conoscere la sua esperienza e i suoi gusti che, magari, sappiamo in linea con i nostri... di conseguenza, il suo giudizio ha su di noi un'influenza maggiore. 

Per tale motivo ritengo poco utili gli "anonimi" punteggi dati da voluminose guide... se, invece, conosco i gusti e l'esperienza di chi ha valutato quel vino (o perché lo conosco personalmente, o perché ho letto altre sue recensioni potendomi così farmi un'idea delle sue preferenze), il punteggio dato avrà ai miei occhi un significato completamente differente.









sabato 18 febbraio 2017

Il report dell'evento "Wine Fitness: Cirò"

La sera del giovedì 16 febbraio, presso il "Ramblas Tapas Ristorante" a Grumo Nevano, si è svolto un altro incontro targato "Wine Fitness"... un programma di eventi che, organizzati dall'Associazione Culturale "Enodegustatori Campani", sono volti all'approfondimento di zone vitivinicole attraverso l'assaggio guidato di più bottiglie delle principali aziende del territorio.




Il focus è stato fatto questa volta su quella che è considerata la più famosa denominazione della regione Calabria, ossia Cirò, che prende il nome dalla cittadina, in provincia di Crotone, affacciata sul mar Ionio e un tempo chiamata Cremissa; in antichità il vino qui prodotto, il "Krimisa", veniva dato in dono agli atleti che ritornavano vincitori dalle Olimpiadi di Atene, e la sua produzione divenne così importante che, per facilitare il carico delle navi che attendevano nel porto, furono costruiti con tubi di terracotta dei veri e propri "enodotti" che partendo dalle colline circostanti arrivavano direttamente ai punti di imbarco. Sui terreni argilloso-sabbiosi del territorio di Cirò e di altri comuni limitrofi, si coltiva il Gaglioppo, vitigno autoctono a bacca rossa il cui nome deriva da un termine greco che significa “bellissimo piede”, dove per “piede” si intende il rachide e quindi per estensione l’intero grappolo. Tale vitigno, che fu verosimilmente importato in Italia dai coloni greci nel VII secolo a.C., era probabilmente alla base del vino "Krimisa".



Ad aprire le danze è stato il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2012 di Caparra & Siciliani, una cooperativa che sin dai primi anni '60 rappresenta un punto di riferimento per l'intero territorio. Produttori di vino sin dal XIX secolo, le famiglie Caparra e Siciliani lavorano le uve provenienti dai vigneti di proprietà dei soci, estesi per oltre 200 ettari. Si tratta di un vino dall'ottimo rapporto qualità/prezzo, di facilissima reperibilità, dotato di buona freschezza e tannini vellutati, caratterizzato al naso da sentori di piccoli frutti a bacca rossa e note di pelliccia; matura in botti di rovere di Allier.



Il secondo vino degustato è stato il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva "Duca Sanfelice" 2011, fruttato e floreale al naso, di maggiore struttura rispetto al precedente, ma con tannini ancora da limare al palato. Le uve con cui si ottiene questo vino derivano da vecchie viti coltivate ad alberello, principalmente dalla vigna "Duca Sanfelice"; dopo 7/8 giorni di macerazione, il vino matura in solo acciaio per 36 mesi. Di questo nettare ne vengono prodotte in media ogni anno circa 250'000 bottiglie... come a testimoniare che si possono ottenere vini di qualità anche con numeri elevati (cosa che non spesso riesce a verificarsi). L'azienda produttrice è Librandi, tra le più grandi in Calabria; vanta, infatti, ben 232 ettari vitati distribuiti in sei tenute. Dal sito web aziendale si legge che "I vigneti della tenuta Ponta", nucleo storico dell'azienda, "sono stati impiantati in origine da Raffaele Librandi, padre di Antonio e Nicodemo e nonno dei Librandi dell'ultima generazione in azienda, negli anni '50".


Successivamente abbiamo dato spazio ai vini dell'azienda 'A Vita, il cui nome in dialetto calabrese indica la vite. Otto sono gli ettari vitati condotti da Laura e Francesco, friulana lei e calabrese lui, secondo i principi dell'agricoltura biologica, utilizzando rame e zolfo con parsimonia e facendo sovesci e ridotte lavorazioni del terreno per preservarne la fertilità e favorire la biodiversità del suolo. In cantina le fermentazioni sono spontanee con lieviti indigeni e senza aggiunte di enzimi; basso, inoltre, è l'utilizzo di solforosa.


Abbiamo degustato il Cirò Rosso Classico Superiore 2013, che si è fatto apprezzare per la piacevolezza e consistenza gustativa; ottenuto da viti coltivate in collina (fino a 100 metri sul livello del mare), dopo 5 giorni di macerazione, questo vino matura in acciaio per 18 mesi. Ne vengono prodotte ogni anno in media 8'000 bottiglie.


Altro vino degustato di quest'azienda è stato il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2010, che è risultato di una complessità straordinaria, fruttato, speziato, balsamico... un vino profondo e di squisita fattura, ottenuto da vecchie viti coltivate in collina, tra i 50 e i 100 metri s.l.m.; dopo ben 2 mesi di macerazione, il vino matura in botti di rovere da 2000 litri per un anno. Solo 3'500 bottiglie per uno vino che, a mio modesto avviso, è da annoverare tra i più grandi rossi italiani.



Incastonata come un brillante tra quella dei due vini precedenti, la degustazione del Cirò Rosso Classico Superiore "Aris" 2013 ha dato prova dell'eleganza che si può raggiungere lavorando la terra e le uve di questa denominazione... un vino che si mostrava un po' ritroso al naso appena versato nel bicchiere, ma che poi come un pavone ha man mano aperto la sua coda; le uve da cui si ottiene provengono da viti coltivate ad alberello ed impiantate nel 1980 a 105 metri s.l.m.; dopo fermentazione spontanea e macerazione a cappello sommerso in vasca di cemento aperta (palmento antico) per 4 giorni, questo vino matura in solo acciaio per 18 mesi. Una chicca prodotta in sole 5'000 bottiglie l'anno da Sergio Arcuri che, discendete da una famiglia di viticoltori, nel 2009 insieme al fratello Francesco e coadiuvato dal papà, inizia i lavori di ammodernamento della cantina. Quattro sono gli ettari vitati dell'azienda, di cui due coltivati ad alberello (un ettaro impiantato nel 1945, l'altro nel 1980) e due impiantati nel 2005 e coltivati a cordone speronato. L'azienda segue in vigna i principi dell'agricoltura biologica.



Infine, abbiamo avuto la possibilità di testare una bottiglia con ben 15 anni di vita sulla spalle, il Cirò Rosso Classico 2001 di Cantina Enotria... potete anche non crederci, ma il tappo è emerso integro dal collo della bottiglia così come il vino, bellissimo nel colore, nei sentori terziari e nel gusto delicato! Una bottiglia che rende onore alla denominazione e a questa cantina, che raggruppa le più antiche aziende viticole del comprensorio e che con i suoi circa 140 ettari di vigneto rappresenta attualmente una delle più importanti realtà enoiche della Calabria. Al suo timone da oltre cinquant'anni troviamo il Comm. Rag. Gaetano Cianciaruso e l'enotecnico Saverio Calabretta, discendente da un'antica famiglia di viticoltori.




Un applauso e mille grazie vanno a Raffaele Santullo, chef e proprietario del "Ramblas Tapas Ristorante", per la gentile ospitalità e per averci sapientemente deliziato con assaggi di cucina spagnola. Raffaele, dopo anni di esperienza in più ristoranti in Spagna, torna sei anni fa nel suo paese, Grumo Nevano, dove nei locali di un antico palazzo storico di Via Roma (che, una volta, ospitavano la pizzeria del papà), ha aperto un angolo di Spagna nel Regno delle Due Sicilie.






sabato 4 febbraio 2017

Wine Kung Fu: Il vino e le arti marziali


Foto presa dal web


Cosa c'entra il vino con le arti marziali, penserete Voi?

Mi vien da rispondere che il vino c'entra sempre!

Ma procediamo con ordine...

Il termine "arte marziale", che sta per "arte di Marte" (dio romano della guerra), fa riferimento ad un insieme di pratiche fisiche, mentali e spirituali legate al combattimento.

Originariamente concepite per aumentare le possibilità di vittoria del combattente, le arti marziali hanno preso man mano la forma di un percorso di miglioramento individuale e di attività fisica completa oltre che di difesa personale.

Attualmente, con il termine "arti marziali" si fa genericamente riferimento alle discipline orientali di combattimento e difesa che, nate in Asia da tempo immemore (le prime notizie risalgono addirittura al III millennio a.C.), si sono poi diffuse e differenziate nei secoli successivi, assumendo ognuna tratti caratteristici peculiari... basti pensare che solo per il Kung Fu (termine che letteralmente significa "esercizio eseguito con abilità", ma con il quale si fa riferimento alla totalità delle arti marziali cinesi) sono descritti oltre un centinaio di stili di combattimento differenti.   

Tra i più famosi e carismatici maestri di arti marziali di tutti i tempi trova sicuramente un posto Bruce Lee... che, nella sua breve ma intensa vita (muore a meno di 33 anni), è stato, tra l'altro, attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico.

Nato a San Francisco nel 1940, Bruce Lee ha praticato per molti anni il Wing Chun presso la più famosa scuola di Hong Kong, paese originario della sua famiglia, sotto la guida del grande maestro Yip Man. Tuttavia, la sua innata indole per le arti marziali, lo porta ad apprendere anche le tecniche del pugilato occidentale, vincendo tra l'altro alcuni tornei scolastici di boxe, nonché le tecniche delle altre arti marziali orientali e, non da ultima, la scherma occidentale, di cui il fratello minore era un vero campione. Bruce Lee matura così una visione globale delle arti marziali e adotta uno stile tutto suo, che chiama "Jeet Kune Do", ossia "via del pugno che intercetta"... un'arte scientifico-filosofica della difesa personale basata su un combattimento "essenziale", realizzato attraverso un processo di semplificazione e modificazione di tecniche di combattimento proprie sia delle arti marziali orientali sia di quelle occidentali.

Così, appassionato, ho iniziato a leggere qualcosina in più al riguardo e con mia grande sorpresa nel libro "Jeet kune do. Il libro segreto di Bruce Lee" trovo questo suo riferimento al vino:
"Alcune arti marziali sono molto popolari perché sono belle da vedere, caratterizzate da tecniche fluenti, scorrevoli. Ma attenzione! Sono come un vino che è stato annacquato. E il vino annacquato non è vero vino, non è un vino buono, un prodotto genuino. Altre fanno meno figura, però - come sai - hanno un non so che, un tocco di autenticità, il sapore della genuinità. Sono come le olive. Il loro sapore può essere aspro, dolce-amaro. Ma l'aroma persiste. E impari ad apprezzarle. Mentre nessuno ha mai apprezzato un vino annacquato."

Provate, ora, a trasporre questo concetto filosofico nell'attuale panorama enoico mondiale... a Voi le conclusioni!






domenica 29 gennaio 2017

Film enoici: French Kiss

"Il vino è come la gente. La vigna raccoglie le influenze della vita che ha intorno, le assorbe, e così assume la sua personalità."

Immagine presa dal web

Si tratta di una commedia romantica in cui la bellissima Meg Ryan, nei panni dell'americana Kate, vince la paura di volare e va in Francia, oltreoceano, per riconquistare il fidanzato... sull'aereo incontra il francese  Luc Teyssier, impersonato da Kevin Kline, un ladro gentiluomo disposto a tutto per far rivivere una vecchia vigna abbandonata nei pressi della sua città natale, "anche ad inginocchiarsi e a pregare", nonché rubare una preziosissima collana di diamanti, che tiene temporaneamente nascosta tra le radici di una piccola pianta di vite e che poi cercherà di vendere a Cartier.

Così, tra divertenti disavventure e paesaggi pittoreschi, tra i due scocca inconsapevolmente l'amore ed il film si conclude con un appassionato "french kiss".

Perché ve ne sto a parlare, ora, su un blog di vino?

Perché, penso, che ad un enoappassionato possa piacere questo film!

Ci sono paesaggi vitati, piccoli borghi, scene girate in vigna, tavolate sotto le fresche con vigneron e... una scena, in particolare, che reputo particolarmente sensuale... non è quella del bacio francese (che, tra l'altro, non è male!), ma quella in cui Kate chiede a Luc di vedere la sua stanza nella casa di campagna dei genitori (viticoltori da tre generazioni)... Luc sorseggia distratto un calice di vino e, nel frattempo, Kate trova una vecchia scatola dove sono bottigliette con dentro varie essenze... un lavoretto che, da ragazzo, Luc fece per la scuola:
Kate: "Che cos'è? Cosa contengono quelle bottigliette?"
Luc: "Prima devi assaggiare il vino" e porgendogli il calice continua "Mi sai descrivere il gusto?"
Kate: "E' un buon vino rosso."   
Luc: "Secondo me puoi fare di meglio!"
Kate: "Un vino robusto... con una nota sofisticata, ma non pretenziosa"
Luc: "Mm"
Kate: "A dire il vero, parlavo fra me e me... Io non me ne intendo"
Luc: "Il vino è come la gente. La vigna raccoglie le influenze della vita che ha intorno, le assorbe, e così assume la sua personalità... Ecco, fiuta..." porgendole alcune bottigliette che ha aperto.
Kate: "Rosamrino?"
Luc: "Oui"
Kate: "Qualche tipo di fungo?"
Luc: "Mm, molto bene!" poi aprendone altre "Cassis, ribes nero, menta, lavanda... Sono dappertutto qua intorno, nel terreno, nell'aria... Ora assaggia di nuovo il vino..."
Kate: chiudendo gli occhi si porta al naso il bicchiere, "Il ribes si sente immediatamente... E dalla bottiglia marrone... La lavanda! Incredibile, le hai preparate tu queste bottiglie?"
Luc: "Oui"
Kate: "Incredibile! Grazie!" e lo bacia sulla guancia con conturbante delicatezza.

Ok! Spero di avervi incuriosito abbastanza... ora se vi va guardatevi il trailer ;)









venerdì 20 gennaio 2017

Il report di "Wine Fitness: Falerno del Massico"

Ristorante Pizzeria "La Frasca", Pozzuoli - 19/01/2017



Subito furono portate delle anfore di vetro scrupolosamente sigillate con il gesso, sul cui collo erano apposte delle etichette con questa scritta: "Falerno Opimiano di cent'anni". Mentre eravamo intenti a leggere le etichette, Trimalcione batté le mani e disse: "Ahimè, dunque il vino vive più a lungo di un ometto. Perciò beviamo pure come spugne! Il vino è vita. E questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono, eppure cenavano persone ben più di riguardo" (Satyricon, Petronio).
Secondo una leggenda il dio Bacco, sulle falde del monte Massico, nei pressi di Mondragone, comparve sotto mentite spoglie ad un vecchio agricoltore di nome Falerno, il quale, nonostante la sua umile condizione, lo accolse offrendogli tutto quel che aveva, ossia latte, miele e frutta; commosso dalla sua generosità, Bacco trasformò il declivio del monte Massico in un florido vigneto ed il vino lì prodotto, conosciuto con il nome di Falerno, divenne il più noto e apprezzato dell’antichità... si può addirittura considerare il Falerno come la prima denominazione di origine dell’enologia mondiale; infatti, gli antichi romani usavano conservarlo in anfore chiuse da tappi muniti di targhette (pittacium) che ne garantivano l’origine e l’annata.
Con la decadenza dell’Impero romano, purtroppo si affievoliscono le testimonianze relative a questo vino; già Orazio gli preferiva il Cecubo o il vino di Taranto e Plinio lamentava la scomparsa del vero Falerno e deplorava la comune pratica dei vignaioli, i quali per fronteggiare la crescente domanda, non si preoccupavano della peggiore qualità dell’uva. Dopo secoli di oblio, il Falerno fu ripescato da Carlo d’Angiò allorquando, con la costruzione dei “Regi Lagni”, avviò un’opera di bonifica e di recupero e diede nuovo impulso alla viticoltura campana.
Attualmente l’area di produzione del Falerno del Massico comprende cinque comuni (Sessa Aurunca, Cellole, Mondragone, Falciano del Massico e Carinola), ubicati all’estremità nord-occidentale della provincia di Caserta... si tratta di una zona compresa tra il fiume Volturno, il crinale del monte Massico, la costa Tirrenica e il fiume Savone, corrispondente all’antico “ager falernus” e caratterizzata dalla presenza di terreni vulcanici e ricchi di tufo. Questa denominazione prevede: un "Bianco" da uve Falanghina, dagli eleganti sentori di frutta esotica e dal sapore morbido ed equilibrato; un "Rosso" a base di Aglianico e Piedirosso, complesso al naso e dai tannini fitti ma non aggressivi; un "Primitivo" dal colore intenso e con profumi di frutti a bacca nera ben maturi, corposo e morbido al gusto.



VINI DEGUSTATI E RELATIVE AZIENDE PRODUTTRICI

VERSANTE NORD-OVEST

Si caratterizza, rispetto al versante sud-est, per la presenza di terreni più compatti, con maggiore presenza di argilla e calcare, che raggiungono tra l'altro un'altitudine maggiore; soggetto a maggiori perturbazioni metereologiche, in questo versante il vitigno più diffuso è l'Aglianico.

Villa Matilde

La storia di quest'azienda inizia negli anni '70, quando l'avvocato Francesco Paolo Avallone, appassionato di storia e di vini, incuriosito dai racconti di più autori latini, decise di riportare in vita il Falerno. Dopo anni di studio, coadiuvato da un gruppo di amici, tra cui alcuni docenti della Facoltà di Agraria dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II", l'avvocato Avallone individuò in alcuni ceppi sopravvissuti miracolosamente al passaggio della fillossera, le varietà di viti da cui, secondo lui, si otteneva il leggendario vino di epoca romana. Dal reimpianto di questi ceppi nacque Villa Matilde, oggi guidata dai figli di Francesco Paolo, Maria Ida e Salvatore Avallone.

L'azienda ha sede a Cellole, mentre i vigneti che danno origine al suo Falerno del Massico sorgono nei territori dei comuni di San Castrese e Sessa Aurunca, alle pendici del vulcano spento di Roccamonfina ad un'altitudine di circa 140 metri sul livello del mare.

Il Falerno del Massico Bianco è ottenuto da uve Falanghina (biotipo denominato "falernina") e matura in solo acciaio. Produzione media annua: 70'000 bottiglie.

2015: Dal colore giallo paglierino, esprime al naso sentori di frutta a polpa bianca, note di erbe aromatiche ed, infine, cenni di frutta tropicale. Di discreta struttura e morbidezza al gusto, mostra buona acidità e chiude con una lunga scia sapida. 3 anfore.

Il Falerno del Massico Rosso è ottenuto, invece, da uve Aglianico (80%) e Piedirosso (20%); la macerazione sulle bucce è condotta per 20/25 giorni; il vino matura in parte in barrique nuove di rovere di Allier ed in parte in botti tradizionali di rovere di Slavonia da 10 a 35 hl per 10/12 mesi.
Produzione media annua: 100'000 bottiglie.

2011: Dal colore rosso rubino che sfuma nel granato, presenta al naso sentori di prugna, frutti di bosco e sottili note di spezie dolci; mostra al gusto tannini vellutati, buona struttura e scorrevolezza. 3 anfore.

1989: Colore ancora perfettamente uniforme, nonostante la veneranda età; di grande e fine complessità olfattiva, descritta da sentori di spezie orientali, erbe officinali, china, fiori secchi, legno nobile e liquirizia; al gusto è di un'incantevole piacevolezza gustativa! 5 anfore.



Masseria Felicia

Protagonista della giovane storia di questa piccola azienda artigianale è Felicia Brini che, lasciata la frenetica vita della città, decide di trasferirsi in campagna, dove i genitori hanno ristrutturato un antico casale di inizio '900, e di dedicarsi alla produzione di vino e di olio.

Adagiati sulle pendici del Massico, i vigneti dell'azienda raggiungono anche i 200 metri sul livello del mare e sorgono su terreni ricchi di elementi di natura vulcanica.

Il Falerno del Massico Rosso è a base di uve Aglianico e matura in solo acciaio.
Produzione media annua: 10'000 bottiglie.

2012: Dall'intenso colore rosso rubino, mostra un naso scuro, dove dominano note cineree fuse a sentori di ciliegie e frutti di bosco; presenta al gusto tannini ancora scalpitanti e una grande freschezza che ne facilita la beva. 4 anfore.


VERSANTE SUD-EST

Presenta rilevi con pendenze più dolci rispetto al versante nord-est, nonché terreni  meno compatti; dal clima più caldo e asciutto, questo versante ha il Primitivo come suo vitigno più diffuso.

Moio

La fama di quest'azienda è legata al Comm. Michele Moio che, sin dal secondo dopoguerra, si prodigò alla riscoperta del vino Falerno, vedendo nel Primitivo il vitigno alla base di questo vino così elogiato dagli antichi romani.

L'azienda è sita in Mondragone ed i suoi vigneti, da cui si ottiene il Falerno del Massico, sorgono a ridosso del litorale domizio a pochi metri sul livello del mare.

Il Falerno del Massico Primitivo è ottenuto, appunto, da sole uve Primitivo vendemmiate nel mese di settembre, questo vino matura per un anno in botti di rovere di Slavonia. Produzione media annua: 40'000 bottiglie.

2013: Colore rosso cupo, impenetrabile. Al naso emergono sentori di prugna e frutti di bosco, note di cannella, cenni di liquirizia e di caffè; avvolgente e caldo al gusto, mostra grande struttura e tannini delicati. 3 anfore.

Cantina Papa

L'azienda vitivinicola ha una storia lunga un secolo, affondando infatti le sue radici nei primi decenni del '900. Discendente da una famiglia di viticoltori, Antonio Papa, dottore in Lettere Classiche specializzato in Archeologia, guida oggi l'azienda insieme al padre Gennaro.  

I vigneti della cantina, 5 ettari dislocati in tre località di Falciano del Massico, sono ad un'altitudine compresa tra 100 e 200 metri sul livello del mare e sorgono su terreni di origine vulcanica.

Il Falerno del Massico Primitivo "Conclave" è a base di uve Primitivo e matura in barrique nuove e usate per 3/5 mesi. Produzione media annua: 10'000 bottiglie.

2014: Di colore rosso cupo, al naso dominano sentori di olive nere, mentre al gusto si fa apprezzare per la scorrevolezza nonostante la struttura importante. 4 anfore.



Wine Fitness, la palestra del vino degli Enodegustatori Campani.

Tenetevi aggiornati sui prossimi incontri su http://www.enodegustatoricampani.it oppure seguite la pagina facebook "Enodegustatori Campani".





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